Approda al senato la legge che autorizza la pubblicità “non dichiarata” anche nelle trasmissioni televisive e nelle fiction.
Pubbilicità occulta la chiamano alcuni, altri semplicemente product placement. Si tratta in sostanza dell’inserimento
di determinati prodotti o brand all’interno del contesto narrativo senza che questa esposizione abbia la sembianza di uno spot pubblicitario. Una legge del ministro Urbani del 2007 aveva già “sdoganato” questa pratica per il cinema.
Inutile dire che la cosa ha suscitato enormi polemiche : pro, contro e confilitti di interesse non si contano.
Per quanto mi riguarda io non sono aprioristicamente contro al product placement.
1-Penso che sia una cosa legittima laddove questa pratica possa incrementare la qualità dei prodotti televisivi. Insomma mi chiedo: perchè chi la sera non esce, non legge e guarda la tv deve guardare programmi e fiction scadenti? Spero che questa fonte di introiti elimini la giustificazione della mancanza di budget addotta per fiction dozzinali e qualunquiste, anche se non ripongo grandi speranze in questo salto di qualità.
2- Abbinerei il ricorso a questa ultrione forma di introito all’eliminazione del finanziamento pubblico. Un produttore dovrebbe scegliere se lavorare coi soldi pubblici o privati. Non è pensabile che ogni anno ci propongono un cinepanettone pieno zeppo di palesissime marchette e che contemporaneamente lo stesso film abbia anche accesso ai fondi per il cinema. Credo che questi fondi debbano andare ai registi emergenti che magari non sono “degni” dell’attenzione dei grandi brand. Diversamente la deriva a cui andremmo incontro è l’invasione di cinepanettoni “pubblicitabili”, sicura fonte di business. Idem per le fiction.
3- Bisognerebbe tutelare i minorenni. LORO son il vero obiettivo di questo tipo di provvedimenti. Tutti coloro che si occupano di pubblicitari sanno benissimo che loro son i veri decision maker.Che la maggior parte di acquisti degli adulti è indotta dal volere dei propri figli è cosa nota e risaputa. Sarebbe segno di grande civiltà tutelare queste face di età da un’azione di attacco legalizzato.
4-Spero che da questo momento le trasmissioni varie tra spot, televendite e product placement non diventino una vera e propria bancarella. E’ noto ai più che questa è una pratica già in uso, che molti artisti hanno, contrattualmente, legato il proprio nome a determonati brand. Speriamo che questa sia un’occasione di regolamentazione e di definizione dei confini.
Apparentemente quanto sopra potrebbe essere etichettato come il proclama di un bolscevico. Si tratta invece invece del pensiero di uno che con la pubblicità ci campa.
Credo, però, che ogni lavoro debba avere un approccio etico e che il motto dello “sporco lavoro che qualcuno dovrà pur fare” è un modello fallimentare che non porta molto lontano.
Gli introiti pubblicitari in ambito culturale sono una grande opportunità di indipendenza dal clientelismo politico ma vanno gestiti con intelligenza e furbizia per non rischiare di cadere nella dipendenza da altri soggetti.
Di seguito alcuni esempi di product placement.
Saluti
F.


